Uomini e Caporali

 

In piedi, a sinistra, un giovanissimo figlio di papà laureato


OGGI durante un convegno della Regione Lazio, il vice-ministro Michel Martone ha dichiarato: “Se a 28 anni non sei laureato sei uno sfigato”. Sono la persona adatta per parlargli: ho 28 anni e ancora non mi sono laureato. Vivo a Foggia e stavo cercando di laurearmi a Bari in Scienze della comunicazione mantenendomi con vari ed eventuali lavori.

Breve riepilogo, sono: studente fuori corso, pendolare, lavoratore saltuario, sottopagato e a nero. Sto mollando l’Università (mi mancano quattro esami e ho una media del 28/29, di preciso non la ricordo ma non è inferiore a quanto vi ho indicato) perché da quando mi sono iscritto le tasse, le tariffe dei treni e i prezzi dei libri sono solo aumentate. Le borse di studio? Non ne parliamo: sono un traffico così oscuro che una volta mi capitò di ascoltare nei corridoi dell’Università le grida di una ragazza che arrabbiatissima perché non aveva avuto accesso alla borsa di studio nonostante vivesse con la sorella condividendone condizioni economiche e familiari e anche di rendimento didattico che, però, l’aveva ricevuta.

Capita così di lavorare il sabato sera in pizzerie i cui titolari hanno la terza elementare e, per compilare un assegno, chiedono a te quanti zeri vanno in “diecimila” e tu, che non hai nemmeno il conto corrente, glielo spieghi. La tariffa in pizzeria è di 30 euro il sabato, 25 gli altri giorni. Il regionale per Bari, il più economico, andata e ritorno costa 16,80 euro; prima allo stesso prezzo potevi prendere l’espresso (tutti i foggiani pendolari per Bari hanno impresso nella memoria lo storico espresso delle 06:30 che partiva da Torino Porta Nuova la sera prima, salirci era come entrare dentro una gigantesca scarpa da ginnastica usatissima) che ora non c’è più.

Quindi mi capitava di spendere in un sol giorno 16,80 solo per i biglietti per arrivare in Ateneo e seguire una lezione più breve del mio solo viaggio d’andata, o per farmi mettere una firma e poi tornare in stazione (sì, funziona ancora così, le firme con la penna sulla carta), oppure prendere appuntamento con un professore, farsi i 123 km e trovare la porta del suo ufficio chiusa, nessun biglietto, nessun avviso, nessuna notizia lasciata al portinaio, niente, così ti giri e ti rifai i 123 km all’inverso (posso fare nomi cognomi e date di tutto ciò che vi sto raccontando). Le e-mail e il telefono per i professori non sono strumenti di uso quotidiano, almeno nel rapporto con gli studenti, eppure se capita di vederli al bar hanno sempre un telefono in mano. Conosco bene i professori, assistenti, ricercatori e i loro comportamenti da bar, avendo lavorato ANCHE nel bar all’interno dell’Università degli studi di Foggia, quell’Università famosa perché il precedente magnifico rettore vi ha sistemato tutta la famiglia, famiglia in senso molto ampio, anche i parenti acquisiti, facendo la fortuna di Striscia la notizia, Le iene, W l’Italia di Iacona e Report. Sono sempre lì a dire quanto sia sottovalutato il loro contributo, poi però c’è sempre un loro collega a dire che quello che fino a poco prima si stava lamentando è il cancro dell’Università.

Ma non voglio sproloquiare: spendo 16,80 euro per andare a Bari e per risparmiare mi porto i panini e l’acqua da casa, ogni giorno di lezione sembra che mi stia organizzando per una pasquetta, invece cerco solo di limitare i costi. Così per tre giorni ti alzi alle 05:30 e torni a casa alle 20:30 e nei restanti giorni della settimana dovresti studiare, però devi anche lavorare per pagarti tutto il pacchetto “Università”, nel frattempo non sarebbe male guastare almeno un po’ le lenzuola del letto e, magari, farsi una vita sociale.

Velocemente i lavori che ho fatto: cameriere, barista, traslocatore, giardiniere, animatore per bambini, autista, impiegato INPS, lavoratore IPERCOOP, Babbo Natale, addetto alle pulizie su barca a vela. INPS e IPERCOOP regolari, con i contributi, tutti gli altri a nero, senza nessun tipo di formazione professionale.

Vorrei guadagnarmi da vivere scrivendo e da Settembre 2011 ho deciso, con enormi dubbi e critiche da parte di famiglia e amici, di dedicarmi solo a quello, rinunciando alle 600 euro da barista. Scrivo per un free press della mia città che mi paga 150 euro al mese. Sarebbero 5 euro al giorno. Non posso dirvi quanto fa all’ora perché non è possibile calcolare in ore il lavoro del giornalista. O forse sì, potrei anche calcolare la mia retribuzione oraria segnandomi il tempo che si passa in redazione, gli spostamenti tra gli eventi da seguire, i tempi di scrittura e di preparazione ai temi da affrontare, ma preferisco non farlo perché… dovete permettermi di dire queste cose ad alta voce prima che Martone, crescendo, dalla poltrona istituzionale che occuperà di qui a vent’anni dica ai futuri giovani che sono dei “bamboccioni”.

Io non sono nessuno, non rappresento nessuno, non faccio parte di nessuna associazione studentesca, sindacale, di protesta, nessun movimento, nessuna avanguardia. Eppure nelle vene dell’Italia pulsa un sangue fatto di un esercito di ragazzi e ragazze come me, senza genitori ai ministeri o ai comuni o alle province. Ragazzi che non faranno i notai perché i genitori sono notai, non faranno i medici perché i genitori sono medici, non faranno come i figli di avvocati che nonostante abbiano la facoltà di giurisprudenza nella loro città vanno a studiare fuori, in una Università più “facile” perché tanto poi hanno lo studio di famiglia con la scrivania e la targhetta già pronta. Nei treni regionali lavati da cima a fondo con UN secchio e UNO straccio con me ci sono migliaia, MIGLIAIA di persone che partono da casa col buio e tornano a casa con lo stesso buio, che fanno del treno il loro ufficio, la loro sala da pranzo, il loro luogo di studio. Persone che, come me, restano “intrappolati” in un treno nuovo di zecca in mezzo alla campagna senza che il personale dia loro una spiegazione e, dopo tre quarti d’ora vengono fatti scendere nella stazione di Cerignola Campagna al saluto di: “Prendente i prossimi treni che passeranno, non sappiamo quali”.

Il prete anti camorra Don Aniello Manganiello qualche giorno fa è venuto nella mia città per parlarci della sua esperienza a Scampia dicendo che il senso della politica è chiedersi “Cosa si può fare per risolvere questo?” , “Come usciamo da questo problema?” e non dire “Se a 28 non sei laureato sei uno sfigato”. Puntare il dito verso chi è rimasto indietro non è un comportamento da tenere in una società civile e democratica, è un comportamento da giungla. Berlusconi poco prima di farsi da parte ebbe il tempo di dire, a proposito della crisi: “In Italia i ristoranti sono pieni”. Sì, sono pieni da laureati e laureandi che fanno i camerieri.

DI ADELMO MONACHESE

BeniComunismi!

 

di Damiano Stufara*

Ci sono delle epoche in cui le fasi politiche si succedono con straordinaria rapidità, specialmente quando ad essere direttamente coinvolte sono le classi popolari e le organizzazioni che queste si danno.
La battaglia sui beni comuni, ed in particolare quella per l’acqua pubblica, rappresentano in questo senso un esempio lampante di come si possa passare da una grande avanzata delle istanze democratiche e partecipative rispetto al governo del territorio, ad una prepotente restaurazione del sistema di potere che, in questi ultimi anni, si è affermato all’interno della sfera politica, e che si pone in maniera ormai manifesta l’obiettivo di esautorare le forze socialmente organizzate da ogni decisione.
La continuità fra l’opera del governo Berlusconi, che ad agosto scorso aveva ripristinato, sostanzialmente, la disciplina contenuta nell’art. 23 bis del “decreto Ronchi” rispetto ai servizi pubblici locali ad eccezione dell’acqua, e quella del governo Monti, che intende imporre il sistema aziendale anche in merito al servizio idrico, è pressoché totale ed impone ai movimenti ed alle forze che hanno sostenuto la campagna referendaria una serie di considerazioni, se non si vuole accettare l’italica logica secondo cui “passata la festa, gabbato lo santo”.
La rimozione nella memoria collettiva del tema dei beni comuni è sicuramente la carta su cui punta il Partito Democratico, il cui sostegno in occasione dei referendum era dettato, oltre che dall’esigenza di disarcionare Berlusconi, dall’opportunità che il suo esito favorevole presentava per potersi successivamente accreditare come la forza politica in grado di vincere la partita delle privatizzazioni. Una strategia di costruzione del consenso fatta di rapporti privilegiati con i grandi decisori economici e finanziari, perfettamente organica con l’assetto bipolare della nostra malandata democrazia.
Lo scenario che adesso si è aperto con il governo Monti vede un insieme di partiti neoliberisti che conservano, in varie forme e misure, una base tra i lavoratori, che difendono fra di essi l’ideologia neoliberista e si sforzano di arrestare gli sviluppi dei movimenti, dei partiti e delle organizzazioni del lavoro in direzione della riappropriazione del potere decisionale sul complesso del corpo sociale da parte delle forze vive della società; uno scontro fra due ideologie, quella della mercificazione contro quella della partecipazione.
Il nostro vantaggio è dato dalla possibilità di intervenire sulle contraddizioni esistenti a partire dai territori; per questo in Umbria ci stiamo battendo, come Gruppo consiliare del PRC-FdS in Consiglio Regionale, affinché nello statuto regionale si riconosca l’acqua come un bene comune, la cui gestione deve essere, coerentemente con tale principio, pubblica. Un concetto, questo, che ribadiremo in occasione del Forum dei Comuni sui Beni Comuni del 28 gennaio a Napoli, a cui parteciperemo.
Si tratta di un primo passo, a cui deve però accompagnarsi una nuova mobilitazione all’interno della società finalizzata a ribadire l’indiscutibilità dell’esito referendario ed a porre il tema della sua attualizzazione, ad esempio con la pratica dell’autoriduzione della bolletta; pagare le bollette relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011 applicando una riduzione pari alla componente della “remunerazione del capitale investito” può realmente divenire un’azione di massa, che al diritto virtuale dei gestori del servizio idrico contrappone il diritto reale di tutta la popolazione.
La battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua, obiettivo finale di un cammino difficile e non esente da incongruenze, specie da parte delle forze politiche, può essere agita ripartendo da queste come da altre iniziative, vero banco di prova della possibilità di riaggregare tutte le soggettività in un movimento plurale e coerente rispetto ai suoi principi.
Produrre un’autentica sinergia fra il processo politico di trasformazione del quadro normativo con quello sociale di rivendicazione delle proprie prerogative è ciò che ancora manca nel nostro Paese e che chiama in causa in primo luogo i partiti della sinistra, di fronte ai quali si pone il compito di formulare una concezione della società contemporanea interna ai processi socio-economici in corso e finalmente emancipata dal rischio della compatibilità con il sistema. In questo senso il comunismo, inteso prima di tutto come strumento teorico e pratico di analisi delle forme sociali ai fini della loro trasformazione, si rivela non un qualcosa da riattualizzare, ma appunto un fattore dirimente per la qualità e l’ampiezza del conflitto che verrà posto in atto da qui a venire per la democrazia, la libertà e la partecipazione dei popoli alle decisioni. Dei beni comuni, come dell’essere di Aristotele, si può predicare in molti modi; il nostro si chiama comunismo.

*Capogruppo PRC-FdS Regione Umbria

Il debito pubblico come tragedia culturale

Un'immagine di repertorio dell'esapartito

Parlare oggi di debito pubblico rappresenta un tema molto delicato per almeno quattro ragioni: 1) la forma mentis della maggior parte degli economisti, dei politici ed anche dei cittadini, soprattutto in Italia, è vittima di una visione del tutto scorretta che riduce il debito pubblico al debito di un cattivo padre di famiglia che spende e spande; invece esso andrebbe piuttosto visto come una fonte di finanziamento necessaria a sostenere gli investimenti ad alta redditività sociale; 2) l’impostazione corretta del problema presuppone la reintroduzione nel discorso economico e politico della programmazione, parola che, incute paura e imbarazzo; 3) alla luce della così detta crisi del debito sovrano europeo, bisognerebbe analizzare criticamente l’esperienza dell’Unione Monetaria Europea (dunque delle politiche della sua Banca, la BCE), un’esperienza la cui tenuta dipende da scelte politiche estremamente delicate; 4) non è possibile limitare il problema del debito pubblico ad una (giustissima) denuncia delle teorie economiche ortodosse che hanno favorito l’ascesa del liberismo anche nelle sue varianti spurie, e ad una parallela entusiastica riscoperta del keynesismo; occorre infatti fare i conti con i fallimenti dell’intervento pubblico, tema che erroneamente è stato lasciato nelle mani di pensatori ispirati ad una filosofia individualista e avversa ad ogni forma di Stato Sociale degno di questo nome. Questi intellettuali hanno legittimato prima l’idea – espressa senza mezzi termini dalla signora Tatcher – che non esista niente che possa chiamarsi società, poi la pratica che consiste nell’impostare una politica economica per “rassicurare i mercati” a scapito di ogni forma di sovranità democraticamente legittimata.

In queste note mi propongo solo di cominciare un percorso che possa mostrare in modo chiaro cosa sia il debito pubblico, quale sia la sua funzione appropriata, e perché gran parte delle cause della recente crisi europea siano da ravvisare nel fatto che si sia perso di vista il significato di questa parola.

Il debito pubblico, in sostanza, rappresenta la somma di tutti i deficit di bilancio coperti vendendo titoli, cioè chiedendo prestiti in cambio dei quali si promette un interesse. Un debito pubblico è sostenibile quando il rapporto fra il debito e il reddito sociale (approssimabile con il PIL) dello Stato che lo ha contratto diminuisce o per lo meno resta stabile. Ciò significa anche che il pagamento degli interessi sui titoli pubblici è sostenibile se i prestiti sono produttivi, cioè se sono impiegati per far crescere il reddito sociale. Ne deriva che l’aumento del debito pubblico può non dipendere da un aumento della spesa pubblica, ma dal divario tra il tasso di interesse e il tasso di crescita nominale del PIL dell’economia: se quest’ultimo è inferiore al tasso di interesse, il debito aumenterà (cfr. P. Sylos Labini Le prospettive dell’economia mondiale, saggio del 2004 reperibile anche sul web, si vedano in particolare i paragrafi dal 4 al 7).

La maggior parte degli economisti sostiene che bisognerebbe tagliare le spese per ridurre il debito pubblico: è una sciocchezza, vale infatti quanto hanno espresso con chiarezza i firmatari del Manifesto degli economisti esterrefatti promosso in Francia da Askenazy, Coutrot, Orléan e Sterdyniak lo scorso anno: “nel breve periodo l’esistenza di una spesa pubblica stabile limita l’ampiezza delle recessioni … nel lungo periodo gli investimenti e la spesa pubblica (istruzione, sanità, ricerca, infrastrutture …) stimolano la crescita. È sbagliato affermare che il deficit pubblico aumenta ulteriormente il debito pubblico o che la riduzione del deficit permette di ridurre il debito. Se la riduzione del deficit arresta l’attività economica, il debito si appesantirà ancora di più”. Infatti la riduzione del reddito sociale genererà anche una riduzione delle entrate fiscali e ciò genererà un ulteriore divario fra tasso di interesse e tasso di crescita del PIL. In particolare in un contesto poco aperto verso l’estero come l’Unione Europea, i cui paesi membri hanno quali principali partner commerciali gli altri paesi europei. Pertanto una simultanea riduzione della spesa pubblica in un’area siffatta “non può non avere come effetto che una recessione aggravata dunque da un ulteriore aumento del debito.”

Oggi, l’esplosione del debito pubblico in Europa è dovuto principalmente ai piani di salvataggio del mondo bancario e finanziario dopo la crisi del 2008: nell’area dell’euro il deficit pubblico medio al 2007 era solo lo 0,6% del PIL (66% il rapporto debito pubblico/PIL), ma diviene il 7% del PIL nel 2010 (84% il rapporto debito pubblico/PIL). Tutto ciò avviene mentre le spese pubbliche in rapporto al PIL son stabili o in declino dall’inizio dei ’90, anche a causa della concorrenza fiscale fra gli Stati europei.

La relazione pericolosa tra area dell’euro e mercati finanziari è in parte nel DNA dell’Unione Europea, come F. Chesnais scrive nel 1996: “Ci troviamo in presenza di una situazione in cui i meccanismi endogeni del capitalismo, soprattutto nei paesi centrali del sistema, sono orientati meno verso l’accumulazione sotto forma di investimenti creatori di capacità nuove e più verso la soddisfazione della priorità di un capitalismo finanziario prevalentemente fondato sulla rendita imperniato su nuove forme di centralizzazione del capitale monetario. Sono i fondi di investimento comune e i fondi pensione privati, che prosperano soprattutto grazie alle operazioni sui mercati obbligazionari, dopo che le facilitazioni di investimento, permesse a partire dalla metà degli anni ’80 grazie alla finanziarizzazione (per mezzo dei titoli di stato) degli effetti dell’indebitamento pubblico, ha condotto i governi a consegnare le loro economie ai diktat degli operatori finanziari.” Il Trattato di Maastricht vieta alle Banche Centrali dell’Unione Europea di finanziare gli Stati, essi devono quindi vendere i propri titoli sui mercati finanziari. Anche la BCE non ha il diritto di sottoscrivere direttamente al pubblico i titoli emessi dagli Stati europei, essendo stata concepita come organo indipendente dai governi dei paesi partecipanti, pertanto non ha concentrate presso di sé tutte le funzioni tipiche di una banca di emissione. Proprio queste sue caratteristiche – improntate su teorie economiche tanto diffuse quanto opinabili (cfr. l’articolo di E. Brancaccio pubblicato su alfabeta 2 n. 12) – hanno favorito la crisi, nonostante gli interventi straordinari messi in campo dal banchiere centrale Trichet.

Trichet ha però agito senza che i principali leader politici europei – Angela Merkel in primis – proteggessero la stabilità dell’area monetaria. Negli ultimi due anni abbondano le dichiarazioni irresponsabili: dal no agli interventi in favore della Grecia, all’idea di due aree monetarie europee, dalla richiesta di partecipazione degli investitori privati al salvataggio degli stati europei in difficoltà, alla creazione di un fondo salva stati privo della liquidità necessaria per far fronte agli interventi di salvataggio e costruito in modo opaco (cfr. l’articolo di J. Halevi su il manifesto 23.10.11). Di fronte a tanta stoltezza la speculazione finanziaria si è mossa coerentemente: il caos politico che caratterizza l’UE ha diffuso il timore del mancato pagamento degli interessi e ha incoraggiato operazioni di vendita dei titoli dei paesi europei in difficoltà. Ciò ha spinto in alto i tassi di interessi sul debito pubblico, aumentando il così detto spread nei confronti dei titoli tedeschi. Così si alimenta l’insostenibilità del debito pubblico greco, irlandese, spagnolo, portoghese e italiano (i così detti PIIGS). Le agenzie di rating si sono in un certo senso adeguate alla speculazione. In particolare gli stranieri che hanno in portafoglio circa 800 miliardi di euro di titoli pubblici italiani hanno cominciato a venderli o ad assicurarsi comprando un particolare tipo di derivato, i credit default swaps (CDS).

Di fronte ad un aumento dei tassi di interessi che rende insostenibile il debito pubblico dei PIIGS (frutto della speculazione finanziaria, favorita a sua volta da una BCE che non è stata progettata per svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza, ma generata dalla inadeguatezza della classe dirigente europea) si pretende di ridurre il debito pubblico rilanciando delle politiche di abbattimento della spesa sociale che spingeranno l’intera Europa verso una recessione terribile.

Le soluzioni vere sono altre e sono state indicate tra gli altri dai firmatari del Manifesto già citato, e dall’economista greco Y. Varoufakis (cfr. la sua Modest proposal for overcoming the euro crisis sul web). Queste soluzioni convergono con le proposte che si celano dietro la rivendicazione di un diritto al default (esplicitate ad esempio da A. Fumagalli) – espressione che considero molto inappropriata. Ciò che mi pare importante è che le alternative reintroducono nel discorso sul debito pubblico il tema della programmazione, sebbene in un’accezione nuova.

Stefano Lucarelli,

Marscianese d.o.c.,

Docente di Economia monetaria internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Univeristà di Bergamo

Fortuna la legge!

Cesare Salvi

La serietà nell’iniziativa politica, in un momento nel quale purtroppo cresce la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti, è più che mai necessaria. Vorrei quindi sottoporre ai sostenitori del referendum, che dicono di voler abrogare l’attuale legge elettorale per sostituirla con la precedente legge Mattarella, se hanno riflettuto sulle conseguenze che si determineranno tra i cittadini, chiamati in questi giorni a firmare, quando la Corte Costituzionale dichiarerà inammissibili i quesiti.
Allo stato attuale della giurisprudenza della Consulta, questo esito negativo sarà infatti inevitabile.
Fin dalla sua prima sentenza (29/1987), che riguardava la legge elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, la Corte Costituzionale affermò che “l’organo, a composizione elettiva formalmente richiesta dalla Costituzione, non può essere privato, neppure temporaneamente, del complesso delle norme elettorali contenute nella propria legge di attuazione.
Tali norme elettorali potranno essere abrogate nel loro insieme esclusivamente per sostituzione con una nuova disciplina, compito che solo il legislatore rappresentativo è in grado di svolgere”. Questo principio è ribadito da tutta la giurisprudenza successiva.

Il primo dei due quesiti sottoposto in questi giorni alle firme dei cittadini, che prevede l’abrogazione in toto della legge Calderoli, è dunque palesemente inammissibile. Né si può sostenere, come pure ho avuto purtroppo occasione di leggere, che l’abrogazione dell’attuale legge fa rivivere quella precedente. Come dovrebbe essere noto, “la natura del referendum abrogativo nel nostro sistema costituzionale è quello di atto-fonte dell’ordinamento dello stesso rango della legge ordinaria”. E, come si insegna al primo anno di giurisprudenza, “l’abrogazione di una norma, che a sua volta aveva abrogato una norma precedente, non fa rivivere quest’ultima” (cito dal noto manuale che adotto per i miei studenti, il Torrente-Schlesinger).

Naturalmente, se uno studente rispondesse all’esame sostenendo il contrario, sarebbe subito bocciato.
Probabilmente non ignari di ciò, i promotori hanno proposto anche un secondo quesito, che abroga solo parzialmente la legge Calderoli. La Corte costituzionale ha affermato, infatti, che il referendum in materia elettorale è ammissibile se dal “ritaglio” della legge vigente emerge una normativa immediatamente applicabile: se cioè si può andare a votare senza bisogno di ulteriori interventi legislativi. In passato, proprio perché questo esito non era garantito dal quesito, la Corte costituzionale (sent. 47/1991) dichiarò inammissibile il referendum sulla legge elettorale del Senato; mentre, avendo i promotori riformulato il quesito, la Corte lo ritenne questa volta ammissibile (sent. 32/1993) appunto perché la normativa di risulta avrebbe consentito l’operatività del sistema elettorale, senza alcun ulteriore intervento del legislatore.

Per cercare di infilarsi in questo spiraglio, i promotori hanno provato a ritagliare la legge Calderoli, per far emergere una normativa direttamente applicabile. Ma non ci sono riusciti. Diversi punti del quesito numero 2, infatti, contengono abrogazioni di legge abrogate (mi si scusi il bisticcio). Il quesito prevede in particolare l’abrogazione delle norme della legge vigente, che a loro volta avevano abrogato i decreti legislativi sulla determinazione dei collegi uninominali della Camera e del Senato. Ma, come si ricordava, l’abrogazione non può far rivivere norme abrogate, e quindi l’eventuale approvazione del quesito produrrebbe una legge priva della normativa che riguarda il suo punto centrale, cioè l’adozione dei collegi uninominali. Ne risulterebbe una legge non immediatamente operativa, in contrasto con quanto richiesto dalla Corte costituzionale.

Chiedo scusa per i tecnicismi. Sono anch’io contrario al “porcellum” (non nascondo di essere favorevole a un sistema elettorale di tipo tedesco), e comprendo le ragioni di un’iniziativa referendaria. Per esempio, quella promossa da Passigli (il quesito sull’abolizione del premio di maggioranza è sicuramente ammissibile). Ma, come dicevo all’inizio, il problema è un altro: quando nei talk show televisivi sento promettere che con i referendum si tornerà alla legge elettorale Mattarella, mi indigno, come si dice adesso. Da giurista e da politico di altri tempi.

Articolo di Cesare Salvi pubblicato dal “Riformista” il 9 settembre 2011

Fortuna la Fisica!

“Un banchiere è uno che vi presta l'ombrello quando c'è il sole e lo rivuole indietro appena incomincia a piovere.” (MARK TWAIN)

Sicchè aprendo i giornali di disinformazione nazionale leggo:

http://www.corriere.it/economia/12_gennaio_06/unicredit-tracollo-venerdi_e21ff864-3894-11e1-86b7-c754a63c4545.shtml

http://www.repubblica.it/economia/?ref=HRHM1-3

http://www.ilgiornale.it/interni/nuovo_tonfo_unicredit_-37_tre_giorni/07-01-2012/articolo-id=565654-page=0-comments=1)

Negli articoli si leggono frasi tipo:

‘La punizione del mercato eccede la responsabilità del management’

‘Obbligata dall’Authority di vigilanza europea (Eba) a ricapitalizzarsi per mettersi al riparo dal rischio del debito sovrano (Unicredit al 30 settembre aveva in pancia 40 miliardi dei nostri Btp)’

Tra le ragioni che potrebbero spiegare la violenza della flessione c’è anche quella di una possibile uscita di un socio in possesso di quote relativamente consistenti e costretto a sfilarsi «last minute» prima dell’avvio dell’aumento di capitale.

All’idea che l’affondo sul gruppo costruito da Alessandro Profumo e oggi guidato da Federico Ghizzoni trovi ragione nella debolezza del sistema bancario italiano, ha replicato in serata da Parigi il presidente del Consiglio Mario Monti. «La solidità del sistema bancario italiano è fuori discussione. Quello italiano è un sistema fra i più solidi si è impegnato molto meno di altri in operazioni ardite negli anni precedenti», ha detto il premier alla tv France 24…

E’ lui lo sa,è espertissimo!!!

Ragionamo:

La banca già aveva deciso da tempo che lunedì (ieri, forse slitta ai primi de febbraio) si sarebbe fatta la ricapitalizzazione; cioè, armettemo più soldi tal granaio, un po’ per uno fra soci e azionisti. Quelli che ne hanno di più (gruppi ,fondazioni e stracazzi vari) se cominciano a vende (fra loro,gruppi,fondazioni,holding etc) a ribasso così le azioni crollano. Quando se dovrà ricapitalizzà chiedono soldi agli azionisti, quelli piccoli, che dicono: ‘Oh io n’c’ho ‘na lira’ …e loro: ‘Però c’hai le azioni, daccele, al prezzo de adesso e stamo apposto!!’. Così i pesci grossi arcomprano a poco, bito dopo la spennata risalgono (basta che se le comprano a rialzo,domanda-offerta (ahahhaha) ma mica è pane che dopo un po’ s’è satollo e n’n el compreresti a 100) quindi c’arguadagnono,e capace che qualche broker che nun conosce la matematica se suicida o qualche piccolo azionista avendo sputtanato tutto fallisce. A casa i lavoratori e, se preso dal rimorso, s’ammazza pure lui!!!intanto quei lavoratori che devono pagare i mutui e i fidi alle suddette banche….beh..qualcuno s’ammazza!!!

Spiegato in soldoni come ce ‘nculano, rimane da trova’ le mutanne de latta… ma non le vendono!

Bisognerà produrle a gratis, giusto per mettele, tra che nun famo ‘n cazzo che semo disoccupati in quelle discariche vote che se’ chiamavano zone industriali.

Se chiama decrescita e tocca pensacce noi!

Articolo liberamente tratto da un delirio onirico-matematico di Luca Trotta

CONCORSO DI COLPA

 

Ancora una volta a Marsciano l’esito di un concorso promosso dall’amministrazione comunale suscita polemiche ed incomprensioni. La duplice selezione che si è conclusa da alcuni giorni si è chiusa con l’esito che molti presagivano: un incastro perfetto che vede in testa alle due graduatorie in maniera alternata tutti coloro che già prestavano servizio nell’ente.

Si tratta di graduatorie da cui pescare per eventuali assunzioni a tempo determinato: quindi in tempi di vacche magre la posta è scesa di molto, ma coloro che avevano sperato in un risultato meno scontato non possono non sottolineare la presenza di cognomi noti e ricorrenti e la fatalità che vede esclusi eccellenti solo coloro che hanno incarichi presso la stessa amministrazione a tempo indeterminato oppure presso altre amministrazioni. Tale esito era così pronosticato che il numero di domande pervenuto era assai basso considerando i tempi duri per reperire un lavoro in cui viviamo. Ancora più basso il numero di presenti alla prova preliminare, sintomo di uno scoramento e di una disillusione che oramai è divenuta convinzione  collettiva. Non entriamo nel merito della preparazione professionale dei partecipanti e dei vincitori poiché non è nostro compito, ma poiché si attribuiva un punteggio aggiuntivo a chi avesse già prestato servizio presso l’amministrazione pubblica ci poniamo il problema di quanto sia giusto assumere dei dipendenti a chiamata diretta  alle dipendenze degli enti pubblici quando questo da diritto a maggiorazioni di punteggio nella  valutazione.

Per ora solo alcuni blog locali hanno dato risalto a questi fatti, noi riteniamo importante che sia massima la trasparenza quando trattiamo questioni tanto delicate che toccano la vita ed il futuro professionale dei lavoratori, altrimenti il rischio è quello della sfiducia da parte dei cittadini nei confronti degli enti locali. L’unica soluzione, a nostro avviso, è una rigorosa selezione in ingresso alla prima chiamata e quindi il bando assoluto della chiamata diretta unitamente al controllo democratico delle commissioni giudicanti.

Tutto il resto sono chiacchiere volte ad alimentare le ambiguità e le zone d’ombra.

 

 

Marsciano Democratica

Movimento per la Qualità della vita

Rifondazione Comunista

Sinistra Ecologia Marsciano

Eran più di 300, e non tutti giovani o forti

Francesco Pinna aveva 20 anni ed è morto mentre lavora all’allestimento del palco per il concerto di Trieste di Jovanotti.

Francesco era uno studente lavoratore che guadagnava 5 €/h.

Francesco non meritava di morire così, all’inizio di tutto.

Questi sono i fatti.

E tra i fatti c’è anche il dolore e la rabbia di chi, tutti i giorni, condanna questi avvenimenti e li associa a determinate condizioni di carattere culturale, economico e legislativo.

A costoro va tutto il nostro rispetto.

Ma i fatti non bastano per spiegare l’indegno spettacolo dei colpevoli ipocriti che inondano le TV, le Radio, il WEB delle loro lacrime viscide e vigliacche.

Forse questi bastardi non sapevano che si lavora per 5 € all’ora in Italia?

Forse, le carogne, pensano che si potrebbe morire sul lavoro se se ne guadagnassero 7?

Forse, questi scarti di fogna, non sanno che ci sono donne (più che uomini) che lavorano 3 ore al giorno per 5 €/h, un’ora a Migliano, un’ora a Ponte Pattoli e un’ora a Spoleto?

E tutta questa indignazione per un lavoratore-studente saltuario?

Non tanto perché sia morto (e allora sarebbe giusto!), ma quanto perché sfruttato.

Da costoro non la accettiamo!

Sarebbe preferibile che continuassero con la loro indifferente e amorfa vita, senza prendere parte mai, stando sempre nel centro, con la giusta dose di moderazione, con le loro ragionevoli e articolate dissertazioni sulla complessità della situazione economica globale, con la loro retorica dei sacrifici equi, tra i quali, non si può non mettere in conto la morte di qualche lavoratore.

L’unico dispiacere (o danno d’immagine?) che rimarrebbe a lor signori è che, ogni tanto, il morto potrebbe essere giovane e forte e che, soprattutto, potrebbe causare l’interruzione del più grande spettacolo dopo il Big Bang…

Intervista Corriere dell’Umbria 8 Dicembre 2011

Federico Santi è stato confermato, all’unanimità, segretario del circolo Prc ‘Roberta Bolli’. Al Congresso provinciale sono stati delegati Salah Ezzahar, Giacomo Miseria, Federico Santi, Luca Trotta.

Rifondazione in consiglio comunale è all’opposizione. Cosa farà il Prc alle prossime elezioni?

“Le nostre alleanze dipendono esclusivamente dalla condivisione di alcune scelte di fondo che, in questi anni, hanno profondamente segnato lo scenario politico marscianese. La madre di tutte le battaglie è quella sul piano regolatore e sulla programmazione urbanistica. Siamo stati facili profeti nel dire che le osservazioni strutturali avevano stravolto il piano regolatore aumentandone, illegittimamente, la cubatura con una operazione puramente elettoralistica. Non a caso la nostra astensione sul provvedimento ha segnato l’inizio della crisi che ci ha portato fuori dalla maggioranza. Ora bisogna dire, con chiarezza, agli operatori del settore che, se ora è tutto fermo, la responsabilità è della politica locale. In tutti i casi il nostro destino è legato indissolubilmente alla coalizione che ha appoggiato Sabatino Ranieri nella splendida avventura del 2009. Si tratta di una conseguenza della condivisione di progetti e valori e, soprattutto, lo dobbiamo alle migliaia di elettori che ci hanno dato fiducia”.

Farmacia comunale: qual è la vostra posizione?

“Siamo stati i primi e più accaniti sostenitori della nuova farmacia comunale. La prima raccolta di firme indetta da Rifondazione a Marsciano è datata 1998 ma la scelta gestionale individuata dal comune ci trova profondamente contrari. Con la presente tipologia di gestione  l’unico obiettivo è il guadagno economico, l’utenza non ha nulla da guadagnare dall’affidamento ai privati. In tutti i casi, almeno per vent’anni, la partita è chiusa. Ora si tratta di vigilare, con tutte le armi giuridicamente possibili e con l’autorevolezza dell’amministrazione comunale, per evitare che i nostri sospetti diventino certezza per i cittadini”.

E sul biodigestore?

“Bisogna dismettere gli atteggiamenti ideologici e aprioristici. Come avevamo scritto nel programma elettorale, ora sono disponibili tecnologie che rendono redditizi anche i piccoli depuratori associati alla microgenerazione che permettono, con gli incentivi, introiti notevoli per un settore in difficoltà. Con questa corposa integrazione del reddito gli allevatori potrebbero permettersi i migliori sistemi per l’abbattimento dell’azoto, anch’essi sempre più efficienti ed economici. Compito della politica, piuttosto che regalare risorse a imprenditori ‘stranieri’ che senza rischi, investimenti e manutenzioni, si intascherebbero gli incentivi, è quello di farsi garante, verso le banche, dei finanziamenti da approvare ai piccoli investitori del settore. In questo modo si salverebbe il comparto, si risolverebbe l’emergenza ambientale e si creerebbe un volano di sviluppo  per tutto il territorio. In effetti la spirale recessiva, in questa fase, si può aggirare con l’impulso alle energie rinnovabili, alla manutenzione e alla salvaguardia idrogeologica del territorio”.

Alvaro Angeleri

FORTUNA LA LOGICA

Paolo Ferrero, l’unico segretario di partito dell’universo in grado di maneggiere una pala, intervistato da LEFT

Per il segretario di Rifondazione le misure anticrisi del nuovo Governo sono del tutto politiche. È la lotta di classe, mascherata sotto una presunta oggettività economica. Una manovra che usa la minaccia della speculazione per demolire le conquiste del movimento dei lavoratori. Perciò, è necessaria una sinistra d’alternativa, unita e forte.

Sono in pochi oggi ad opporsi al governo Monti, anche a sinistra. Nel farlo, quanto si rischia la deriva populista o, comunque, l’esserne accusati?

Francamente non vedo nessuna deriva populista. Vedo un Governo iperliberista e la nostra è una posizione antiliberista. Il problema è che oggi si sono arruolati tutti al partito del neoliberismo, proprio nel momento in cui sta fallendo clamorosamente. “Questi” ci stanno portando al disastro, oramai da decenni. Le misure di cui si parla sono recessive, non combattono il vero problema e cioè la speculazione finanziaria. I tagli o il risparmio c’entrano poco, riguardano qualche decina di miliardi, qui il bottino è ben maggiore, se anche si abolisse per assurdo la Sanità, non si risolverebbe niente. La verità è che c’è una speculazione finanziaria sull’euro, in particolare su alcuni Paesi, principalmente l’Italia. Con il tasso d’interesse all’8 per cento, se questa situazione va avanti per ancora qualche mese salterà per aria tutta la baracca. Ci sono 2mila miliardi di debito e ogni volta che c’è un’emissione di titoli, speculatori e ribassisti riescono a portare a casa un bel risultato. Questo è il problema.

Se è una questione di massimi sistemi, quale possibile via d’uscita?

Il Governo per fare qualcosa sul serio deve concentrarsi sulla speculazione e, per bloccarla, serve che la Banca centrale compri i titoli di Stato. Se questo non viene fatto, perché la Germania si oppone, il Governo non può stare a guardare o addirittura appoggiare la linea tedesca, come ha fatto Monti nell’incontro con Sarkozy, ponendosi a destra di Sarkozy. La Bce è l’unica banca centrale nel mondo che presta i soldi ai privati ma non agli Stati. Questo è all’origine della speculazione che, infatti, c’è solamente sui titoli di Stato europei. Il Giappone, per esempio, ha un debito del 220 per cento, eppure non vi è nessuna speculazione sul debito giapponese. Questo esecutivo deve decidere. O sta dentro la politica della Merkel, e questo però significherebbe la barbarie, si tradurrebbe in un crollo delle condizioni, dei consumi, dei salari, delle pensioni italiane. Oppure deve “obbligare” la Germania a cambiare politica sulla Bce – c’è rimasta da sola insieme a Finlandia ed Islanda, cioè l’area del marco – e per farlo bisogna aprire una contrattazione vera con Berlino. In altre parole, l’Italia deve dire che non paga i debiti con le banche tedesche, cioè che o loro cambiano politica, e quindi bloccano la speculazione finanziaria, oppure l’Italia li danneggia. Non serve andare lì, essere ricevuti e fare le foto col sorriso, perché questo ci porta dritti al disastro. E non possiamo affondare per le fobie della Merkel e per gli interessi dei banchieri e degli industriali tedeschi.

Intanto, però, Monti annuncia che, con il prossimo Consiglio dei ministri del 5 dicembre, verranno adottate le prime misure anticrisi.

Con questa manovra, l’economia italiana peggiorerà. Reintrodurre l’Ici, mandare la gente in pensione più tardi, aumentare l’Iva con la conseguente ed ulteriore compressione dei consumi, altri tagli alla spesa sociale: sono tutte misure recessive e quindi aggraveranno la crisi. E sono inique, si pensi alla patrimoniale dell’1 per mille di cui si parla. L’abolizione della pensione di anzianità, in particolare, significa che chi entra in fabbrica a 18 anni deve lavorare 45 anni, è una porcheria da odio di classe. Io non so Monti, ma Draghi ha una pensione da 14mila euro mensili e aveva uno stipendio da 400mila, facendo il capo della Banca d’Italia. Che gente come lui, abbondantemente sopra la soglia dei 600mila euro all’anno, chieda ai lavoratori come mio fratello di restare in fabbrica per 45 anni, è un’indecenza che viene travestita con il linguaggio felpato e tecnico dell’economia. Invece è tutto politico, non c’entra niente l’economia. Perciò, la nostra opposizione al Governo è durissima, perché prosegue le politiche economico sociali di Berlusconi.

Una manovra tutta politica e poco economica, quindi. Ma se così fosse quale sarebbe il disegno generale?

Partiamo dal fatto che anche Barack Obama e il Sole 24 ore dicono che la soluzione è che la Bce compri i titoli di Stato, eppure si continua a non farlo. La mia idea è che si usi la minaccia della speculazione per demolire le conquiste del movimento dei lavoratori, cioè abbassare i salari e il welfare, che è il vero obiettivo di questi signori. Nel ’95 la riforma Dini sulle pensioni stabiliva il passaggio al sistema contributivo per chi aveva meno di 18 anni di contributi versati (nel 1995, ndr) e manteneva il sistema di ripartizione per quelli con più di 18 anni. Adesso il ministro Fornero dice che c’è diseguaglianza perché quelli che sono rimasti al sistema di ripartizione sono privilegiati e, in nome dell’uguaglianza, vuol passare tutti al contributivo. Quindi c’è stata la creazione di una diseguaglianza e adesso si rimedia a quella “ingiustizia” portando tutti al livello più basso. Si tratta di una stangata in due tempi. Sull’art. 18 si sta tentando la stessa cosa. Adesso propongono di togliere l’art. 18 ai giovani, tra dieci anni diranno di toglierlo a tutti, perché è inammissibile che ci sia il privilegio di chi ha ancora l’art. 18! Questa è lotta di classe allo stato puro. Negli ultimi anni ci hanno rubato anche le parole e, quindi, se dico “lotta di classe” vengo percepito come un uomo delle caverne. Invece le parole danno il senso delle cose, questa è lotta di classe a larga scala, mascherata sotto una presunta oggettività economica che è una falsità integrale. Non c’è nulla di oggettivo in quanto sta accadendo né di naturale, né di ineluttabile.

Il primo documento congressuale, quello a sua firma, parla espressamente di “unire la sinistra d’alternativa”. Del resto non sono pochi gli appelli del Prc alle forze radicali, Sel su tutti, che in questi anni però sembrano aver scelto altri interlocutori politici.

Abbiamo proposto e continuiamo a proporre l’unità della sinistra d’alternativa, cioè di chi vuole mettere in discussione le politiche neoliberiste. Possiamo anche chiamarla la sinistra dei beni comuni e del lavoro, contro le privatizzazioni e per la difesa del lavoro. Gli appelli a Sel sono caduti nel vuoto. Ma questo solo da parte del gruppo dirigente, mentre dal basso molti simpatizzanti chiedono la costruzione di una sinistra antiliberista. Perciò noi continueremo su questa strada, perchè c’è una sinistra nel Paese che va molto aldilà delle forze politiche organizzate, che è interessata a questa strada. Un esempio piccolo ma significativo: ieri ci sono state le primarie in alcune città, tra cui Cuneo, oltre 50mila abitanti sono andati a votare,  più del 12 per cento degli aventi diritto, un’enormità. Non parliamo di una città bolscevica, eppure ha vinto il nostro candidato, sostenuto dalla Fds e da una serie di gruppi locali. Battendo sia il candidato sostenuto dal Pd che quello presentato da Sel. Ha vinto un programma di sinistra, rivolto alla difesa del territorio e delle condizioni di vita della gente, contro la logica della rendita e della privatizzazione. È così che vogliamo costruire l’aggregazione della sinistra.

Ma come si fa ad aggregare una sinistra che negli ultimi vent’anni ha visto solo scissioni e sconfitte? La strada intrapresa dalla Federazione della sinistra resta in piedi?

Gli interlocutori sono certo le forze politiche organizzate, ma sono in larga parte quella sinistra che in Italia c’è, dalla Fiom al Sindacato di base confederale, al territorio. Noi lavoriamo per aggregare questo. È necessario un processo ricostituente di una sinistra anticapitalista che cancelli il confine tra partiti e gruppi, che rifondi una sinistra d’alternativa. Il modo in cui si è usciti dai partiti, come nel caso di Sel, è l’idea plebiscitaria del leader, noi pensiamo che questo sia un passo indietro e vogliamo ricostruire un senso della politica come partecipazione, in basso a sinistra. Un protagonismo diffuso e non una deriva plebiscitaria. Una sinistra che vuole ricostruire il senso di sé, la dignità e la capacità di partecipazione, l’importanza delle persone, di fronte ad un neoliberismo che riduce la politica a propaganda. La Federazione della sinistra è un passo verso la direzione giusta.

Che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte

Preghiera in Gennaio


Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

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