Parlare oggi di debito pubblico rappresenta un tema molto delicato per almeno quattro ragioni: 1) la forma mentis della maggior parte degli economisti, dei politici ed anche dei cittadini, soprattutto in Italia, è vittima di una visione del tutto scorretta che riduce il debito pubblico al debito di un cattivo padre di famiglia che spende e spande; invece esso andrebbe piuttosto visto come una fonte di finanziamento necessaria a sostenere gli investimenti ad alta redditività sociale; 2) l’impostazione corretta del problema presuppone la reintroduzione nel discorso economico e politico della programmazione, parola che, incute paura e imbarazzo; 3) alla luce della così detta crisi del debito sovrano europeo, bisognerebbe analizzare criticamente l’esperienza dell’Unione Monetaria Europea (dunque delle politiche della sua Banca, la BCE), un’esperienza la cui tenuta dipende da scelte politiche estremamente delicate; 4) non è possibile limitare il problema del debito pubblico ad una (giustissima) denuncia delle teorie economiche ortodosse che hanno favorito l’ascesa del liberismo anche nelle sue varianti spurie, e ad una parallela entusiastica riscoperta del keynesismo; occorre infatti fare i conti con i fallimenti dell’intervento pubblico, tema che erroneamente è stato lasciato nelle mani di pensatori ispirati ad una filosofia individualista e avversa ad ogni forma di Stato Sociale degno di questo nome. Questi intellettuali hanno legittimato prima l’idea – espressa senza mezzi termini dalla signora Tatcher – che non esista niente che possa chiamarsi società, poi la pratica che consiste nell’impostare una politica economica per “rassicurare i mercati” a scapito di ogni forma di sovranità democraticamente legittimata.
In queste note mi propongo solo di cominciare un percorso che possa mostrare in modo chiaro cosa sia il debito pubblico, quale sia la sua funzione appropriata, e perché gran parte delle cause della recente crisi europea siano da ravvisare nel fatto che si sia perso di vista il significato di questa parola.
Il debito pubblico, in sostanza, rappresenta la somma di tutti i deficit di bilancio coperti vendendo titoli, cioè chiedendo prestiti in cambio dei quali si promette un interesse. Un debito pubblico è sostenibile quando il rapporto fra il debito e il reddito sociale (approssimabile con il PIL) dello Stato che lo ha contratto diminuisce o per lo meno resta stabile. Ciò significa anche che il pagamento degli interessi sui titoli pubblici è sostenibile se i prestiti sono produttivi, cioè se sono impiegati per far crescere il reddito sociale. Ne deriva che l’aumento del debito pubblico può non dipendere da un aumento della spesa pubblica, ma dal divario tra il tasso di interesse e il tasso di crescita nominale del PIL dell’economia: se quest’ultimo è inferiore al tasso di interesse, il debito aumenterà (cfr. P. Sylos Labini Le prospettive dell’economia mondiale, saggio del 2004 reperibile anche sul web, si vedano in particolare i paragrafi dal 4 al 7).
La maggior parte degli economisti sostiene che bisognerebbe tagliare le spese per ridurre il debito pubblico: è una sciocchezza, vale infatti quanto hanno espresso con chiarezza i firmatari del Manifesto degli economisti esterrefatti promosso in Francia da Askenazy, Coutrot, Orléan e Sterdyniak lo scorso anno: “nel breve periodo l’esistenza di una spesa pubblica stabile limita l’ampiezza delle recessioni … nel lungo periodo gli investimenti e la spesa pubblica (istruzione, sanità, ricerca, infrastrutture …) stimolano la crescita. È sbagliato affermare che il deficit pubblico aumenta ulteriormente il debito pubblico o che la riduzione del deficit permette di ridurre il debito. Se la riduzione del deficit arresta l’attività economica, il debito si appesantirà ancora di più”. Infatti la riduzione del reddito sociale genererà anche una riduzione delle entrate fiscali e ciò genererà un ulteriore divario fra tasso di interesse e tasso di crescita del PIL. In particolare in un contesto poco aperto verso l’estero come l’Unione Europea, i cui paesi membri hanno quali principali partner commerciali gli altri paesi europei. Pertanto una simultanea riduzione della spesa pubblica in un’area siffatta “non può non avere come effetto che una recessione aggravata dunque da un ulteriore aumento del debito.”
Oggi, l’esplosione del debito pubblico in Europa è dovuto principalmente ai piani di salvataggio del mondo bancario e finanziario dopo la crisi del 2008: nell’area dell’euro il deficit pubblico medio al 2007 era solo lo 0,6% del PIL (66% il rapporto debito pubblico/PIL), ma diviene il 7% del PIL nel 2010 (84% il rapporto debito pubblico/PIL). Tutto ciò avviene mentre le spese pubbliche in rapporto al PIL son stabili o in declino dall’inizio dei ’90, anche a causa della concorrenza fiscale fra gli Stati europei.
La relazione pericolosa tra area dell’euro e mercati finanziari è in parte nel DNA dell’Unione Europea, come F. Chesnais scrive nel 1996: “Ci troviamo in presenza di una situazione in cui i meccanismi endogeni del capitalismo, soprattutto nei paesi centrali del sistema, sono orientati meno verso l’accumulazione sotto forma di investimenti creatori di capacità nuove e più verso la soddisfazione della priorità di un capitalismo finanziario prevalentemente fondato sulla rendita imperniato su nuove forme di centralizzazione del capitale monetario. Sono i fondi di investimento comune e i fondi pensione privati, che prosperano soprattutto grazie alle operazioni sui mercati obbligazionari, dopo che le facilitazioni di investimento, permesse a partire dalla metà degli anni ’80 grazie alla finanziarizzazione (per mezzo dei titoli di stato) degli effetti dell’indebitamento pubblico, ha condotto i governi a consegnare le loro economie ai diktat degli operatori finanziari.” Il Trattato di Maastricht vieta alle Banche Centrali dell’Unione Europea di finanziare gli Stati, essi devono quindi vendere i propri titoli sui mercati finanziari. Anche la BCE non ha il diritto di sottoscrivere direttamente al pubblico i titoli emessi dagli Stati europei, essendo stata concepita come organo indipendente dai governi dei paesi partecipanti, pertanto non ha concentrate presso di sé tutte le funzioni tipiche di una banca di emissione. Proprio queste sue caratteristiche – improntate su teorie economiche tanto diffuse quanto opinabili (cfr. l’articolo di E. Brancaccio pubblicato su alfabeta 2 n. 12) – hanno favorito la crisi, nonostante gli interventi straordinari messi in campo dal banchiere centrale Trichet.
Trichet ha però agito senza che i principali leader politici europei – Angela Merkel in primis – proteggessero la stabilità dell’area monetaria. Negli ultimi due anni abbondano le dichiarazioni irresponsabili: dal no agli interventi in favore della Grecia, all’idea di due aree monetarie europee, dalla richiesta di partecipazione degli investitori privati al salvataggio degli stati europei in difficoltà, alla creazione di un fondo salva stati privo della liquidità necessaria per far fronte agli interventi di salvataggio e costruito in modo opaco (cfr. l’articolo di J. Halevi su il manifesto 23.10.11). Di fronte a tanta stoltezza la speculazione finanziaria si è mossa coerentemente: il caos politico che caratterizza l’UE ha diffuso il timore del mancato pagamento degli interessi e ha incoraggiato operazioni di vendita dei titoli dei paesi europei in difficoltà. Ciò ha spinto in alto i tassi di interessi sul debito pubblico, aumentando il così detto spread nei confronti dei titoli tedeschi. Così si alimenta l’insostenibilità del debito pubblico greco, irlandese, spagnolo, portoghese e italiano (i così detti PIIGS). Le agenzie di rating si sono in un certo senso adeguate alla speculazione. In particolare gli stranieri che hanno in portafoglio circa 800 miliardi di euro di titoli pubblici italiani hanno cominciato a venderli o ad assicurarsi comprando un particolare tipo di derivato, i credit default swaps (CDS).
Di fronte ad un aumento dei tassi di interessi che rende insostenibile il debito pubblico dei PIIGS (frutto della speculazione finanziaria, favorita a sua volta da una BCE che non è stata progettata per svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza, ma generata dalla inadeguatezza della classe dirigente europea) si pretende di ridurre il debito pubblico rilanciando delle politiche di abbattimento della spesa sociale che spingeranno l’intera Europa verso una recessione terribile.
Le soluzioni vere sono altre e sono state indicate tra gli altri dai firmatari del Manifesto già citato, e dall’economista greco Y. Varoufakis (cfr. la sua Modest proposal for overcoming the euro crisis sul web). Queste soluzioni convergono con le proposte che si celano dietro la rivendicazione di un diritto al default (esplicitate ad esempio da A. Fumagalli) – espressione che considero molto inappropriata. Ciò che mi pare importante è che le alternative reintroducono nel discorso sul debito pubblico il tema della programmazione, sebbene in un’accezione nuova.
Stefano Lucarelli,
Marscianese d.o.c.,
Docente di Economia monetaria internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Univeristà di Bergamo
4 commenti
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Ottimo! Non ho capito però (limiti miei, probabilmente) la tua posizione sul “diritto al default”, che non riesco a considerare coerente con il ritorno della “programmazione”.
Noi abbiamo una nostra interpretazione ma il diretto interessato potrà rispondere sabato 18 Febbraio, ore 16, presso la sala Capitini di Marsciano durante l’iniziativa che stiamo organizzando su Crisi e Terra… vi terremo informati!
“invece esso andrebbe piuttosto visto come una fonte di finanziamento necessaria a sostenere gli investimenti ad alta redditività sociale”. Ma sarete mica pazzzi?
Già… ci penserà l’economia sociale di mercato, come sostiene Comunione e Liberazione!